Chi è la vera Bestia?

04 Ottobre, 2026

Qualche settimana fa, mentre ero in una sessione lunghissima in edicola con Amedeo, il quale, con scrupolosa attenzione, comparava le pagine dei fumetti per capire quale sarebbe potuto durare di più (qualche minuto si intende) ho notato un fascicolo in prima uscita che conteneva due libri.
Era una collezione di fiabe classiche.
Non l’avrei comprata se non fosse costata 1,99 e non avesse contenuto due libri.
Mi sembrava un affare ecco tutto. 
I due libri che conteneva erano la Bella e la Bestia e Peter Pan.
Siccome ho sempre raccontato a tutti che, quando vado ad Amandola, mi sento come Bella che vive in un paese gioioso dove si conoscono tutti, scorre tra pile di libri e poi finisce in un castello magico, ho deciso di partire da quello.
Ho iniziato la lettura in maniera naïf, un po’ leggera, usando il libro per coprire momenti di pausa e piccoli vuoti senza troppo impegno, non ero pronta a quello che stavo per scoprire di lì a poco.
La storia della letteratura è costellata da licenze creative disneyane che ne hanno modificato trama e passaggi chiave e questo non fa eccezione.

Ho voglia di raccontarvi quello che ho letto, perché questo libro merita uno sguardo più profondo e una seconda possibilità.
Piccola cornice storica prima di iniziare, la scrittrice dietro questo romanzo è Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve.
Lo pubblica nel 1740 come romanzo per adulti dal titolo “La Jeune Américaine et les contes marins”.
Voi direte cosa c’entra questo titolo e avete ragione, perché in realtà la Bella e la Bestia è una storia nelle storie.
Il romanzo parla di una giovane ragazza americana che sta viaggiando in nave verso la Francia e per ingannare il tempo lungo la traversata, la sua governante e i membri dell’equipaggio iniziano a raccontarsi varie storie.
La Bella e la Bestia è proprio uno di questi racconti, narrato dalla governante.
La Bella e la Bestia nasce per essere una critica sociale e familiare ma anche personale, perché Gabrielle-Suzanne fa partire il racconto della storia della Bella e la Bestia, proprio da un evento che accadde anche a lei.
La storia si apre parlando di un mercante molto ricco che aveva 6 figli e 6 figlie, che alla quattordicesima riga (contata) già cade in disgrazia ed è costretto a trasferirsi in una casa in campagna che gli era rimasta, per sfuggire dalla miseria, dai giudizi sociali e dalla vergogna.
Anche la nostra scrittrice visse l’esperienza familiare di rovina economica a causa delle scelte lavorative di suo marito. Quindi, forse, siamo di fronte ad uno di quei casi in cui qualcuno ha bisogno di buttare fuori un dolore e una rabbia e invece di tagliare teste con la katana, trasforma ed elabora attraverso la narrazione.

I figli del nostro mercante, non è che se la vivessero proprio bene questa condizione umile, abituati alla bambagia, allo sfarzo e al lusso.
Tutti tranne l’ultima, Bella, che cercava di trasformare la situazione cupa in gioiosa, dandosi da fare, scorgendo il bello nelle piccole cose e cercando di tirare su gli altri.
Le sorelle, che già la detestavano per il fatto che fosse più bona di loro e piena di valori, videro la sua positività come un elemento aggiuntivo per odiarla. 
A loro dire, per essere felici in quella situazione bisognava essere proprio scemi.
Ma la verità era che erano infastidite dal fatto che lei ci riuscisse, a stare bene, e che riuscisse a generare quel sentimento anche al loro padre. 
Quindi, banalmente, si sentivano da meno.
Un giorno il padre venne a sapere che una sua nave carica di merci stava arrivando al porto e corse per recuperarle.
Convinto di tornare ricco, chiede ai figli cosa avrebbero desiderato ricevere in regalo al suo ritorno.
Le figlie si spendono in richieste folli, mentre Bella, ovviamente mesta e mite, non vuole niente.
Cosa che fa incarognire ancora di più le sorelle che ovviamente leggono questo come un atteggiamento da finta umile per ottenere amore (e forse tutti i torti non li hanno).
Lei, per non aizzarle di più, chiede al padre una rosa e basta. Insomma, ha chiesto anche lei ma sempre con l’attitudine di chi non disturba e non pretende.
Eccovi la rosa del film.
Ovviamente accadono guai al porto, e il nostro amico, povero in canna, tornando verso casa si perde nel bosco e qui trova il castello della Bestia..
Si infila dentro e, non trovando nessuno, si scalda al camino acceso e, non trovando nessuno, si mangia tutto quello che trova e, non trovando nessuno si mette a dormire.
Il giorno dopo, non trovando nessuno, decide che questo debba essere un dono del destino che forse il castello vuoto sia un regalo per lui e quindi decide di squattarlo come un punkabbestia.
Pronto per tornare a casa a dare la bella notizia ai figli si ricorda della rosa (giusto per far incazzare le altre figlie che non avrebbero ricevuto nulla in regalo) e va nel giardino a cercarla.
La trova, la stacca e a quel punto ecco che la Bestia compare, infuriata come una biscia.
E mica si arrabbia che questo gli ha dormito sul letto, mangiato le sue cose, cacato nel suo bagno e deciso che tutto quello sarebbe stato suo, no.
Lui si arrabbia per una rosa e gli dice che sarebbe dovuto morire o in alternativa una delle sue figlie sarebbe dovuta andare volontariamente a vivere nel castello.
Lui sceglie di morire, ma prima torna a casa a salutare tutti.
Una volta arrivato racconta la storia e le figlie hanno la conferma che la sorella sia una grandissima stronza e che per colpa sua, ha condannato il loro padre alla morte.
Al che Bella come ogni brava bambina si immola per la famiglia, dice che sarebbe felicissima di morire al posto del padre e, incoraggiata dalle sorelle che non vedono l’ora di togliersela di torno, se ne va al castello di sua volontà.
Qua iniziano pagine e pagine di noia totale, dove lo schema si ripete sempre uguale.
Lei viene accolta come una regina, ha cibo meraviglioso, vestiti bellissimi, può godere di tutto il palazzo in libertà e l’unico momento quotidiano in cui incontra la Bestia è la sera quando lui compare e le chiede se volesse dormire con lui.
Insomma, altro che matrimonio, la Bestia le chiede “Voulez-vous coucher avec moi?”.
Lei, che sarà pure un’ex brava bambina accomodante, un po’ di schifo per tutto quel pelo lo sente anche lei, così ogni sera si nega.
Ma ogni notte, sogna un uomo super bono di cui si innamora perdutamente, che vive nel palazzo e le parla, le dice cose stupende ma è sempre sibillino.
Quel ragazzo, guarda un po’, è rappresentato in tutti i quadri del palazzo, ma Bella, che è tanto gentile e prestante, ma forse non è la più sveglia della cucciolata, non capisce che forse c’è qualcosa che non torna, che quel ragazzo è la Bestia.
E quindi passano giorni, settimane, mesi.
La Bestia nel frattempo inizia a essere un po’ scoraggiato dall’intuizione della ragazza e inizia a pensare che da lì non ne usciranno e che lui dovrà imparare a radersi.
Ci si mette pure una fata a comparirle in sogno e darle qualche spunto, ma niente.
A un certo punto lei chiede di tornare a trovare i parenti, la Bestia le accorda la richiesta e lei va per tre mesi.
Ovviamente, come tutti gli expat che tornano a casa per le vacanze, anche lei si deve ciucciare il suo psicodramma familiare.
Il padre e i fratelli sono felici di vederla, le sorelle ovviamente rosicano visto che se la immaginavano già sbranata o fatta a pezzi.
Per di più i pretendenti delle sorelle si innamorano di lei, giusto per stare ancora un po’ più sul cazzo alle sorelle.
Per fortuna capisce che non è cosa e torna al castello.
Qui trova la Bestia mezza morta e, sentendosi in colpa, decide di dargliela.
Perché, come ogni brava bambina, si sente responsabile delle emozioni degli altri e pensa che sia tutta colpa sua e che piegarsi alla sua volontà possa essere la soluzione per salvarlo.
Esattamente come i bravi bambini che vengono cresciuti nella responsabilizzazione delle emozioni genitoriali e per loro si sacrificano.
Comunque per fortuna Gabrielle-Suzanne evita di raccontarci i dettagli della notte e passa direttamente al mattino dove al posto della Bestia c’è il principe.
Insomma un po’ quello che succede a chi ha un’avventura di una sera ma al contrario.
Di solito ti sembrava un principe invece è il re delle rane.
A lei è andata di culo. Sembrava un cinghiale invece era un adone.
Solo che questo non si ripiglia la mattina, è in coma, non si sveglia e qui abbiamo un moto di ardita vitalità da parte di Bella che, vedendolo bonazzo e addormentato ne abusa un po’, testuali parole: “Dato che era sola, non temette di scandalizzare nessuno prendendosi con lui qualche libertà: d’altra parte era il suo sposo”.
Insomma, basta che ti sposi qualcuno e poi quando questo dorme fai quello che ti pare. 

Alla faccia del consenso.

Uno potrebbe pensare che qui la storia finisca invece sta per iniziare il delirio più totale.
Arriva la madre di lui che si oppone al matrimonio perché Bella era una plebea.
Poi arriva una fata che si mette in mezzo e dice alla madre di non rompere perché in realtà Bella era una principessa e che era pure la nipote e che questo matrimonio era deciso da tempo dalla fata.
Quindi, sarebbero cugini questi due?!? A quel punto la domanda è lecita e pungente. Anche la scrittrice si stupisce secondo me di se stessa e per chiudere il capitolo dice “La conversazione confusa e scombinata, le rimostranze cento volte rinnovate, furono per loro un dirsi più di quanto non avrebbero fatto con un discorso eloquente”.
In pratica una supercazzola per togliersi dall’impiccio della situazione che ha creato.

Il resto del libro servirà a far luce su quanto appena accaduto e per spiegare come il principe si sia incinghialito.
Allora, il principe rimane orfano di padre presto, la madre prende il regno in mano e parte per condurre l’esercito affidandolo ad una fata che gli farà da balia.
Lei lo cresce, ma quando vede che questo diventa un figo pazzesco vuole sposarselo e lui ci rimane un po’ male. Insomma, quella che sostituisce tua madre e che madre si fa chiamare, ti inizia a dire di chiamarla col suo nome e che vuole sposarti.
Pure la madre regina ci rimane un po’ male e dice alla vecchia che se lo può scordare il matrimonio.
Questa, che aveva capacità emotive di autoregolazione discutibili, maledice il principe ad essere una Bestia.
Capito? Questo era orfano, abbandonato dalla madre, cresciuto da una vecchia, ha scampato un abuso e viene pure maledetto perché la madre lo protegge!
Signor Disney ma perché ci hai raccontato che veniva punito per aver trattato male una vecchia? Ma allora sei anche tu un negazionista della sofferenza infantile!
Ma aspettate, perché pure Bella non è che se la passasse meglio.
Lei in realtà era la cugina del principe, figlia di una fata, punita per il suo amore e costretta a scappare e lasciare la figlia.
Sta figlia gliela vogliono ammazzare e la fata buona (c’è un delirio di fate che la metà basta e non si capisce una mazza) per proteggerla la manda a vivere dal mercante che se l’accatta insieme a tutti gli altri.
Il mercante non ne sa nulla e qui la cosa è molto dubbia, come fai ad avere una figlia in più all’improvviso senza farti una domanda?
Sappiamo solo che quando glielo comunicano che non era figlia sua (perché c’è anche questo colpo di scena) lui piange perché Bella era molto meglio di quelle stronze delle sue figlie e lui pensa che ha perso la migliore.
Alla faccia dell’amore incondizionato.
La ciliegina sulla torta è che questi due, che scoprono di doversi gestire due regni in totale, dicono che non se la sentono, che lascerebbero volentieri il compito a qualcun altro e che vogliono viversi il loro amore.
Ma no, non possono.
Il regno è loro, così è stabilito da generazioni, quindi zitti e regnate.
Ovviamente accettano, perché questi due la ribellione non sanno cosa sia.
Solo al termine di tutto questo delirio, di inciuci, abusi, bravi bambini, figli illegittimi, relazioni tra consaguinei, matrimoni combinati, carichi generazionali, zitelle cattive, solo alla fine i due vissero adattati e contenti (forse).
Nessuna giustizia riparativa, per quella servirebbero i Grimm a strappare occhi alle sorelle, a far morire male personaggi e torturarne altri.

Come altre storie non ho capito bene la morale sinceramente e mi viene in mente Amedeo al quale, dopo aver letto Barbablù e avergli chiesto quale insegnamento ne avesse tratto, mi aveva risposto “di non sposarmi mai”.
Mi servirebbe la sua capacità di sintesi per trarne un messaggio.
Dicono che la scrittrice volesse denunciare la condizione della donna, ma sembra che il messaggio sia “dalla alle bestie che poi verrai ricompensata”.
Oppure, “muori al posto di tuo padre”.
O ancora, “se non rompi il cazzo da bambina, forse da grande scoprirai chi è il tuo vero padre e ti toccherà gestire un regno e avere responsabilità immense”.
O forse il messaggio è per gli uomini, “sposati una vecchia arrapata di adolescenti e non ti succederà niente”.

Magari è solo la storia di una donna rovinata dal marito, che ha cercato di raccontare la sua di storia con la quale cercava di riscattarsi.
E grazie a questa storia, molte di noi hanno sognato di parlare con teiere e orologi e hanno ora un’immagine precisissima di come dovrebbe essere una biblioteca.
Nulla è come sembra, i padri non sono quelli veri, le bestie nascondono principi, l’umiltà nasconde la nobiltà e una storia che credevo di conoscere invece è tutt’altro.

Allora cara Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, siccome ognuno ci legge quello che vuole, io ci voglio leggere l’importanza di conoscere sempre le storie d’infanzia.
Di ricordarmi che dietro le presunte Bestie ci sono spesso delle maledizioni che qualcuno gli ha inflitto, che prima di essere così spaventose sono state spaventate.
Che prima di avere sembianze abusanti, son state abusate.
Di ricordarci tutti di non perdere mai la compassione e l’empatia verso chi è stato strappato alla propria infanzia.

E in questo momento storico più che mai, forse, la lettura integrale della Bella e la Bestia può aiutarci a tenere lucido lo sguardo per evitare di accanirci contro chi è solo la vittima di un’educazione piena di vuoti e dolori e che la responsabilità di vedere un po’ più in là di tutto quel pelo, è collettiva e mai banale.

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