Come proteggere un figlio dai pericoli

21 Gennaio, 2026

Illustrazione: Andrea Ucini

Anni fa mi sono trovata ad un certo punto di fronte a quella che era una delle mie più grandi paure.
Era una fase delicata del mio lavoro e della mia vita, e capitava frequentemente che dopo aver addormentato i figli li lasciassi a casa con il padre e tornassi in studio a lavorare fino a notte fonda.
Una di queste notti, un mio amico, vedendo la luce dello studio accesa, mi suonò a mezzanotte per convincermi a uscire e bere una birra insieme.
Dopo insistenze mi convinse e mi decisi a seguirlo.
Appena fuori dallo studio ebbi la netta sensazione che nel mondo qualcosa si fosse spostato, una sensazione che ho provato solo leggendo alcuni libri di Murakami, come 1Q84.
Una sensazione fortissima che il mondo non era più quello che avevo conosciuto entrando in studio.
Mentre cercavo di restituire questa sensazione al mio amico abbiamo visto dei ragazzini alla nostra sinistra che scappavano e non era chiaro se fossero in pericolo.
Li abbiamo raggiunti ed erano ubriachi.
No, non era quello, c’era altro.
L’amico a quel punto, forse pentito di essermi venuto a cercare, provò a convincermi che tutto fosse in regola e che una birra ci aspettasse, ma quando raccolgo un’intuizione così forte è difficile che io la molli finché non l’ho esplorata.
Così ho iniziato a camminare su e giù di fronte allo studio finché non mi sono accorta che c’era una signora al telefono lungo il bordo della strada.
Sembrava impaziente e preoccupata, l’ho raggiunta e le ho chiesto se andasse tutto bene e lì, il mondo si è disvelato e la sensazione ha preso una forma, la più terribile e atroce che potessi immaginare.

Abito nelle Marche, in uno dei tanti paesi aggrappati in cima ad una collina e circondati da mura romane che separano il centro storico dalla periferia.
Il Corallo, il centro pedagogico, si trova proprio di fronte ad una di queste mura.
Gode di un panorama divino e di un dislivello di decine di metri dal livello inferiore.
La donna impaziente, mi dice che stava attendendo l’ambulanza, perché, dopo aver sentito dei rantoli mostruosi, si era accorta, affacciandosi dalle mura, che un ragazzo era caduto di sotto, giaceva immobile in una pozza di sangue che si allargava dalla sua testa.

Ricordo lo stordimento che ho provato, la sensazione ancor più netta che dei piani del mondo si fossero sbilanciati pericolosamente, come quando ti svegli con la percezione del letto inclinato che ti fa scivolare.
Avevo di fronte a me la mia angoscia più profonda, antica, misteriosa
, forse in parte ereditata da mia nonna che da bambina era precipitata da una di queste mura e miracolosamente, senza che nessuno riuscisse mai a spiegarne il come fosse stato possibile, ne era uscita incolume.

Era evidente che al ragazzo non fosse toccato lo stesso finale.
Lo abbiamo provato a chiamare e per un po’ si vedeva il suo respiro affannato cercare ossigeno, faceva ancora qualche verso, poi più nulla.
Sulle mura un indizio di quello che era successo, un bicchiere di birra ancora da terminare, appoggiato lì sopra.

Mentre cercavo di raccogliere i frammenti di me che avevo sparpagliato per la strada, insieme all’amico, ormai ufficialmente pentito per avermi fatta uscire, ho atteso l’arrivo dell’ambulanza, seguita dai pompieri, ho assistito al loro sgomento per la difficoltà di recupero del corpo. Era precipitato sopra un tetto di un annesso di una villa, una proprietà privata disabitata nella quale non riuscivano a capire come poter entrare superando la barriera dell’altezza.

Son rimasta lì finché non sono riusciti a recuperarlo e mi sono risparmiata di vedere l’azione di spostamento del corpo, quando nessuno ancora sapeva se era morto o meno, e anche ora non so come sia finita la questione. Mai uscita nessuna notizia su di lui, il motivo era che era un immigrato mi dissero i carabinieri. La sua storia non valeva un articolo. La sua vita non era degna di nota avranno pensato.

Invece io ci ho pensato a lungo, intensamente.
Quella notte, tornando a casa, travolta dal mostro che avevo cercato per anni di chiudere dentro un armadio blindato, in me era iniziato a nascere un fortissimo desiderio di protezione dei miei figli, in particolare di Vittorio che era alle porte della sua adolescenza e mi sembrava che sarebbe potuto esser più in pericolo di Amedeo, che era ancora così lontano dai possibili rischi dell’uso dell’alcool.
Ogni passo che mi portava verso casa era una promessa, sarò così capace di spiegare gli effetti devastanti dell’alcool e della perdita di contatto con la realtà che lui non berrà mai, anzi non lo farò andare nei bar, anzi, non lo farò uscire mai, lo chiuderò nella torre e lo proteggerò da tutti i pericoli e fusi del reame.

Fortunatamente dopo una notte di sogni cosmici, al risveglio tutte quelle promesse si erano dissolte lasciando un’intuizione, un’altra.

Se avessi portato l’attenzione al pericolo, alla paura, avrei influenzato Vittorio negativamente, andando a insistere sulle tragiche conseguenze dello stare al mondo e creando così un’attenzione selettiva a quegli aspetti.
Non lo avrei messo al sicuro, al contrario, gli avrei creato una lettura della realtà come terrificante, spaventosa, imprevedibile e si sa che noi viviamo la realtà che percepiamo. I sensi la raccolgono e la nostra grammatica inconscia la interpreta.

Ho iniziato a pensare che forse, portando il focus sul pericolo, avrei creato una sorta di pulsione di morte, direzionando lì lo sguardo.
Il cervello tende a cercare conferme di quel che pensa e forse questo è quello che quella sera mi aveva guidato a non smettere di cercare finché non avevo trovato conferma della mia paura, si può cadere di sotto e morire infranti come un uovo.

No, con i miei figli non avrei fatto questo, ma esattamente il contrario.
Avrei portato l’attenzione ad un impulso vitale.
Oltre agli ovvi consigli per non mettersi nei guai, avrei cercato di creare un movimento inconscio di attaccamento alla vita.
Perché alla fine, che ci piaccia o meno, l’inconscio è sempre più potente della nostra volontà attiva.

Prima di spiegarvi più nello specifico cosa intendo, aggiungo altre riflessioni.
Le riflessioni di carattere personale sono quelle che forse molti di noi hanno già fatto.
Quante volte in adolescenza ci siamo trovati in pericolo e ci siamo miracolosamente salvati?
Io infinite volte, davvero. Avevo un gruppo di amici meravigliosi con i quali ne combinavamo di cotte e di crude, con i quali abbiamo vissuto esperienze epiche ma anche al limite.
A qualcuno è andata bene e a qualcuno no. La differenza è possibile che risieda solo nella statistica?
In qualcosa dovremmo pur credere, perchè le credenze sono un manuale di istruzioni per orientarsi ogni giorno, e io ho scelto di credere che la differenza risiedesse nella voglia di vivere, in una pulsione vitale ereditata o vissuta.
Ricordo i periodi in cui ho giocato con la mia vita, pericolosamente, ero arrabbiata con la mia famiglia, addolorata per cose che ho impiegato anni a comprendere e delle quali mi sono liberata, sentivo di non avere valore e infliggevo punizioni al mio corpo.
Sono arrivata così vicina all’idea di morire e al farcela che son convinta che in fondo son rimasta perchè sotto sotto, avevo sentito che la vita era bellissima e, comunque, meritavo di godermela e lei meritava di esser vissuta.
Quante volte mi sono seduta sopra le mura, oggi non ci appoggerei neanche un libro per paura che potrebbe cadere. Eppure passavo ore seduta sopra le mura dei tre archi a bere birra, fumare, ridere e dire cazzate con i miei amici.
Eravamo incoscienti?
No, secondo me, ci mettevamo in pericolo perchè non avevamo ancora deciso se volevamo vivere o meno.
Avevamo una paura fottuta e un dolore enorme, quello in cui ci siamo riconosciuti e che ci ha fatto unire e rimanere vicini come una nidiata di cuccioli senza più un rifugio.

Abbiamo scelto di vivere, ho scelto di vivere e cerco di sceglierlo ogni giorno.
So che questo può creare rabbia in chi leggendo queste parole, può sentire ingiustizia per un lutto che ha vissuto, per una morte accanto alla quale è passato e che potrebbe dire “quella era la persona con più voglia di vivere che io avessi mai conosciuto!”, ma siamo certi di sapere cosa provano gli altri in profondità quando spesso neanche possiamo dirlo di noi stessi?
Io son sempre stata sorridente e gioiosa, dubito che qualcuno si fosse mai preoccupato, altrimenti sarebbero stati messi in campo strumenti e azioni.
Se penso ogni singolo incidente piccolo o grande in cui mi sono infilata, c’era un motivo profondo e inconscio che in passato non vedevo ma ora sì.
Aggiungo anche una componente professionale, perchè ogni giorno da anni ascolto storie e mi sembra di scorgere sempre un legame tra le morti e una pulsione taciuta che li ha portati lì.
A volte legata alla propria infanzia e a volte legata invece a dinamiche familiari irrisolte, spesso impronunciabili.
L’inconscio è il padrone del nostro destino e noi siamo ancora all’epoca della lallazione, c’è un vocabolario intero da costruire.

E se questa logica possa aver senso lo scoprirò solo guadagnando un giorno di vita dopo l’altro e se non avesse fondamento, comunque aver vissuto sentendo che la vita è una meraviglia non credo che mi farà male.

Quindi, ecco cosa faccio da quella notte con i miei figli.

  • Ogni giorno, ormai da anni, cerco di creare pulsioni vitali attive, solide e stabili.
    Non ho conflitti con loro perché trovo che di fronte alla gioia di vederli vivi, ogni tema sia una cazzata abominevole, ma sono comunque una mamma ferma nei limiti e chiara, ma non provo rabbia verso di loro.
  • Mi assicuro che ogni saluto sia sempre privo di sospesi, tensioni latenti, ogni volta che ci salutiamo lo faccio con pienezza, con bellezza, senza però atteggiamenti stucchevoli.
  • Spesso dico loro che è stupendo che siano vivi e che sono onorata di essere la loro mamma e di poterli veder crescere. Lo dico con purezza, come se avessi 3 anni e vedessi un cucciolo di coniglio bianco. Quella bellezza e stupore bambino.
  • Invece di dire cose tipo “Attento alle macchine che se non guardi ti mettono sotto” o cose simili cerco di dire cose tipo “la tua vita è preziosa, prima di attraversare guarda se arrivano macchine da entrambe le parti”.
  • Cerco di vivere testimoniando la bellezza di esserci. I problemi si affrontano, poche cose sono insormontabili, spesso ci angosciamo per eventi frivoli. Ecco, l’atteggiamento quotidiano è coraggioso, propositivo, al contempo prudente e vigile ma con una voglia di consapevolezza, non di controllo.
  • Se la vita ti dà limoni, facci una limonata. Cerco di trasmettere l’idea di essere allineati con quel che accade. Se quello che pensavi non sta succedendo, cogli l’opportunità e cerca la parte luminosa e sfruttala al meglio.
  • C’è vita e bellezza ovunque. Provo a portare attenzione alle piccole cose, un’alba rosa rosa, una posizione tenera di un gatto che dorme, una macchia che sembra un paesaggio, cose piccole piccole. Bastano pochi secondi per ricordarci che c’è vita e poesia ovunque.
  • Affronto tutto, mostro loro il valore dell’indipendenza, dell’autonomia, delle parole scomode da dire, del coraggio di pronunciarle, delle scelte difficili ma che restituiscono libertà. La vita è in mano a noi se abbiamo il coraggio di tenerla.

Questo è un elenco improvvisato, sia chiaro che non ce l’ho scritto da nessuna parte e non le penso così schematicamente le mie azioni, sono solo il risultato di un cambio radicale di prospettiva.
Quindi non applicate nessuno di questi punti se non avete capito quello che sto dicendo.
Risultereste solo non autentici.
Dobbiamo imparare a sentire invece di capire.
Si capisce se si sente, ma non è vero il contrario.
Infatti molti dicono di capire ma non sentono nulla.

Per concludere, io non lo so come si protegge se stessi e un figlio dai pericoli, questa è la sintesi che ho trovato io, la mia personale credenza e lo strumento che ho provato a creare, l’artefatto sentimentale che ho messo tra me, i miei figli e la tutela delle nostre vite.
Posso invitarvi a rimanere connessi alla vita, quello sì, come vi dicevo, male non può fare.

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