Perché abbiamo così tanto bisogno di parlare della famiglia dei boschi

27 Novembre, 2025

illustrazione: Hollie Chastain



Sono giorni in cui mi chiedono cosa ne penso della questione della famiglia che ha deciso di vivere nei boschi.
Me lo chiedono in qualità di pedagogista, ma come pedagogista non posso rispondere.
Perché come pedagogista avrei bisogno di dati aggiuntivi per formulare una valutazione o un parere professionale su quello che sta avvenendo. Non faccio parte dell’équipe che sta seguendo il caso e su questo, qualsiasi cosa direi, sarebbe errata, superficiale, provvisoria.
Se mi esprimessi sulla famiglia Trevallion-Birmingham aumenterei solo l’entropia che avvolge questo caso che è diventato mediatico, e si sa che le fiamme che divampano quando si accendono falò come questi mangiano tutto, anche la verità.

Ho letto il decreto 2061/2025 del 20/11/2025 (potete leggerlo anche voi qui) ma non può essere abbastanza.
Non possono 6 pagine restituire una complessità come quella di fronte alla quale ci troviamo.
Come apre Korczak il suo libro Come amare il bambino “non so e non posso sapere come genitori che non conosco, in condizioni che non conosco decidono di crescere il loro figlio” (potrebbe essere leggermente modificata perché la sto citando a memoria mentre viaggio).

Posso dire che ho trovato la sentenza precisa nei riferimenti psico-pedagogici e nelle considerazioni evolutive rispetto alla scelta di isolamento.
Se tutto quello che è scritto è fedele a quanto realmente accaduto, comprendo la posizione di chi ha scelto di intervenire per tutelare i bambini da quelli che sembrano più accanimenti ideologici che scelte pedagogicamente fondate.
La storia prosegue da due anni circa, noi la conosciamo da un mese appena, pertanto ci troviamo di fronte a qualcosa di inafferrabile, su cui nessuno forse dovrebbe esporsi.

Il mio è un grande non so, formulo ipotesi grezze sulla base di quella manciata di pagine della sentenza.

Potete leggere quelle, invece dei vari post ciascuno contenente più la spinta di chi scrive che elementi legati alla famiglia.
Vi invito a leggerle (quelle della sentenza), non per decidere da che parte stare, perché ci sono dei professionisti che se ne stanno occupando e dai quali non saprete nulla in più per ovvi motivi legati alla deontologia professionale, ma per allargare la riflessione rispetto a cosa scatena in noi questa storia.

Quindi non darò un parere da pedagogista su questa storia, ma se mi venisse chiesto di raccogliere lo spunto per amplificare una riflessione ci sto e raccolgo l’occasione.

Il dialogo schizofrenico che segue darà così il via alle mie elucubrazioni, non su questa vicenda, ma su quello che questa vicenda scatena in me, come persona e professionista.

“Emily ti andrebbe di dirci quello che ti viene in mente rispetto a questa situazione?”
“Ma certo Emily, ho voglia di scrivere da un po’ e il mio pensiero è sempre una stanza troppo piena, quindi facciamo uscire un po’ di roba”.

“Bella lì Emily, dacci la roba!”

Eccovi la roba!

Dividerò in punti le successive riflessioni, in modo da facilitarvi la lettura e poter più facilmente dire al cane “Ma hai visto che cacchio ha scritto al punto 49 bis?! Tu che ne pensi?”, “bau!”, “Infatti, anche io”.

  1. Quando incontriamo il mondo stiamo incontrando noi stessi.
    Ogni notizia sulla quale ci soffermiamo, catalizza la nostra attenzione perché tocca qualche parte di noi che desidera essere ascoltata.
    Per spiegarmi meglio, quando leggiamo di tizio che ha lasciato tizia perché è scappato con l’amica della nonna di cui è innamorato da quando a 8 anni gli regalava le caramelle Rossana, ci chiediamo se anche noi vogliamo scappare con qualcuno a scartare caramelle in santa pace e facciamo un bilancio della nostra situazione.
    Quando qualcuno ci dice che ha appena comprato una macchina, ci chiediamo se anche noi ne abbiamo bisogno o se desideriamo tenerci ancora la nostra panda con residui adolescenziali incistati tra i sedili.
    Quando qualcuno ci dice che abita nei boschi e non lavora, non paga tasse, non manda i figli a scuola, si lava in una mastella davanti alla stufa, ha il cavallo di Pippi Calzelunghe in giardino  e si è sistemato casa guardando video su YouTube, è normale che dopo una giornata in cui ci è arrivato l’acconto delle tasse, abbiamo appena pagato l’imu, abbiamo smadonnato con l’elettricista perché il cantiere è bloccato da un mese a causa sua e nella chat di classe una dozzina di genitori stanno avendo un dialogo acceso sui cracker da portare a scuola, ci chiediamo “Ma chi ca**o me lo fa fare? Basta, adesso mi rullo una canna usando l’f24, dipingo un mandala sul cofano della macchina, e vado a cagare in giardino. Fottuto sistema, non mi avrai mai! Adesso te lo faccio vedere io, vado a comprare i semi di porro e cavolo verza che se mi sbrigo c’è ancora il black friday”.
    O al contrario “Maledetti, venite a soffrire con noi, Facile la vita col cavallo a pois, la mastella, fratello sole e sorella sticazzi, l’alfabetizzazione quando ci va. Sai dove te la metto la pasta madre?!”.
    Ecco, tra questi due estremi, da qualche parte c’è ognuno di noi.
    Io personalmente sto più o meno qui: “Ho sfiorato per un pelo la vita da punkabbestia e adesso sto benissimo senza puzza di salvia bruciata, la casa grande dove ogni figlio ha una stanza e se voglio isolarmi (non dal mondo ma da loro) posso farlo. La cacca dei gatti da pulire ogni giorno mi sembra già un impegno abbastanza gravoso, figuriamoci se ho voglia di spalare quella di un cavallo. L’orto è basso e l’acqua fredda d’inverno la lascio ai biohacker.
    Ringrazio gli elettrodomestici per tutto il tempo per leggere che mi donano.
    Mi piacciono le scelte diverse e mi piace lo scaldino di mia nonna che in tre minuti diventa rovente e quando lo metto sotto le coperte finisco a Goa in un secondo.”
    Amo questa fase della mia vita, come ho amato quella precedente e non mi disturbano quelle degli altri.

  2. Attenti a romanticizzare.
    Quando da adolescente, ancora sull’orlo della vita da punkabbestia, ho dichiarato a mia nonna che avrei voluto abitare in campagna, la sua reazione da ex campagnola è stata “Ma come ci pensi!”, accompagnata da espressioni del volto turpi mentre stava già chattando col notaio per togliermi dal testamento affinché neanche uno dei suoi centesimi guadagnato per scappare dalla durezza della vita rurale rifinisse tra aratri, odore di cenere e terra sotto le scarpe.
    Non capivo all’epoca.
    Ero solo un’adolescente che cercava di evadere e cercavo chi desse ragione ai miei piani ribelli. Il resto era noia e la vita quieta mi sembrava mediocre.
    Ho inseguito un po’ questo sogno, tra case in campagna avute in affitto per anni, viaggi tra comunità e famiglie che hanno scelto come i due del caso da cui partiamo di inseguire il loro sogno a contatto con la natura e ho iniziato a capire mia nonna.
    Vivere con pochi soldi, con la propria famiglia, in un semi isolamento (loro non sono isolati completamente ma per molte ore al giorno), dovendo coprire chilometri ogni volta che devo uscire, ha smesso di suscitare in me della poesia.
    Quando ero in India e dovevo fare 4 chilometri al giorno per andare a prendere il latte, tra serpenti, scarpate e fatica era bello i primi tre giorni poi basta.
    Quando ero nell’appennino tosco emiliano e stavo in una casa dove per dormire bisognava vestirsi completamente come per uscire perché c’era il ghiaccio nei muri interni, mi sono sentita Elsa ma ho capito che forse sopravvivo di più se interpreto Anna.
    Quando ho visto i bambini di una comunità sporchi, con pidocchi e croste addosso, ho pensato che c’era qualcosa che non andava in quella visione romantica.
    Il disagio c’è dappertutto, sia nelle case patinate, che nelle case con la patina di polline.
    Ho aiutato famiglie abbienti con domestiche che avevano grossi problemi con i figli e altre che conducevano la vita bucolica che immaginiamo.
    Questi ultimi erano passati da che bello i bimbi e la natura, a vi odio tutti.
    Forse Shining parla di una famiglia che fa unschooling, il padre stava cercando di scrivere il programma da consegnare per l’esame di idoneità, mica un romanzo.
    Ci scherzo su, che prendersi troppo sul serio fa male alla salute.
    Il contatto con la natura è benefico, ma anche quello con gli umani, con i servizi, con se stessi, con la lucidità, con i punti di vista altrui, con la differenza e la molteplicità di sguardi.
    Per concludere, siete sicuri di sapere come sta questa famiglia solo perché sapete dove e come ha scelto di vivere?

  3. Ho letto molti che dicevano cose tipo “vogliono togliere i figli a questi genitori e invece a quelli che li picchiano li lasciano ammazzare?”.
    Gli assistenti sociali intervengono in tutte le situazioni di cui sono a conoscenza.
    Ci sono famiglie che picchiano bambini e nessuno manda segnalazioni (vicini, parenti, insegnanti) e di cui gli assistenti sociali non sanno nulla.
    Ci sono famiglie con uno dei genitori con disturbi gravi mentali e anche qui, nessuno manda segnalazioni e gli assistenti sociali non sanno nulla.
    Ci sono famiglie molto peggiori delle loro, possiamo ipotizzare, perchè ribadisco che non sappiamo nulla di loro.
    Il punto è che gli assistenti sociali non sono Babbo Natale che sa se tutti i genitori del mondo si sono comportati bene. Gli assistenti sociali intervengono quando succede qualcosa, come finire in ospedale per un’intossicazione da funghi e partono accertamenti.
    Ma questo è un capitolo molto grande che non aprirei più di così.
    La tematica è molto complessa rispetto al togliere la patria potestà a dei genitori e quello che ne consegue nel bambino.
    Ma forse anche qui, questo punto parla della nostra paura.
    Se domani arrivassero gli assistenti sociali nelle nostre case, siamo certi che ci lascerebbero i nostri figli?
    Forse questa storia tocca proprio questa paura profondissima, siamo adeguati a sufficienza?

  4. I figli non sono nostri.
    Non lo sono quelli che sto crescendo, quelli che stanno crescendo Catherine e Nathan, quelli che qualsiasi altra famiglia sta crescendo.
    Basta con questa storia del “con mio figlio faccio quello che mi pare”.
    No, non è così.
    Ripetete con me: “il cosmo ci da i bambini in comodato d’uso gratuito. Noi li cresciamo, nella speranza di limitare i danni, e li ridiamo al cosmo quando saranno cresciuti abbastanza da potersela cavare” (ps: per le mamme italiane chiarisco che questo non significa a 45 anni, 19 anni per crescerli sono già più che sufficienti).
    I bambini non sono i nostri esperimenti, anche se di sicuro faremo errori.
    I bambini non devono vivere il sogno che noi avremmo voluto per noi e spesso non era neanche quello che volevamo per noi, semplicemente volevamo amore e libertà e abbiamo costruito un’immagine.
    Chi desidera davvero libertà dovrebbe ampliare l’orizzonte dei propri figli, con numerosi e adeguati stimoli, con un panorama che ogni giorno conquista un cm in più di profondità, con l’idea che quella scelta non sia la migliore delle scelte possibili, ma una tra tante e se vogliamo che tu possa trovare la tua devo mostrartele le altre (non sto dicendo che questa famiglia non lo abbia fatto, ribadisco che non so niente su di loro, sono considerazioni universali).
    I bambini hanno il diritto di ricevere istruzione.
    Hanno il diritto di avere una rete sociale di amici, di andare a casa loro, di vedere le centinaia di modalità di fare famiglia che esistono.
    Hanno il diritto di crescere in una famiglia vegana e di essere invitati dai Flinstones e assaggiare brontosauro.
    Certo che inevitabilmente facciamo ogni giorno scelte e li influenziamo e che proprio da questo dobbiamo proteggerli, dalla nostra certezza di aver preso sempre la scelta giusta.
    Lasciamoci contaminare dalla diversità, lasciamo entrare i dubbi, le domande fanno bene!
    Noi genitori non dobbiamo colonizzare il loro immaginario, ma continuare a regalare spunti e indizi affinché possano costruire il loro.
    I figli devono stupirci, ogni giorno dobbiamo dir loro “Mostrati, disvelati, fammi conoscere chi sei, perchè non lo so”.
    Ritrovare tutte le nostre scelte confermate in loro, non sempre è da considerare come un successo genitoriale.
    Un figlio molto diverso da chi siamo è il guadagno di un’infanzia, la loro appunto.
  5. L’istruzione non è un accessorio opzionabile.
    Che ve lo dico a fa’, la scuola statale è spesso un mezzo disastro, manca formazione, manca selezione, mancano tante cose.
    Ma tante ce ne sono e non dobbiamo commettere l’errore di buttare via il bambino con l’acqua sporca.
    Don Milani diceva che ogni bambino senza cultura è come un passerotto senza ali.
    Sottoscrivo e condivido.
    La cultura serve. La scuola serve. La conoscenza serve.
    I periodi sensitivi si chiudono e c’è un tempo per imparare.
    Durante la ricerca che ho fatto all’estero (trovate il resoconto completo nel libro “Hundreds of Buddhas”) ho avuto parecchio da confrontarmi con delle scuole che portavano avanti l’’unschooling, il filone che la famiglia Trevallion-Birmingham ha dichiarato di seguire.
    Occhio, no homeschooling (che sarebbe l’educazione parentale) ma UNschooling, tutta un’altra cosa.
    Quest’ultimo filone rifiuta che sia l’adulto a dover insegnare al bambino, a proporre materie, discipline, contenuti e lezioni.
    Ma che debba essere il bambino, quando interessato, a chiedere di scoprirle e se possibile farlo da solo con i supporti che ha a disposizione.
    Ho visto ragazzi rovinati da questo, persi nel totale degrado culturale, analfabeti e pieni di disturbi di apprendimento (non per questioni cognitive, ma per mero mancato allenamento).
    Ovviamente posso anche dire di averne visti altri rovinati dalla scuola statale.
    Lo aggiungo per onestà intellettuale e perché questa non è una scelta sbagliata tout court.
    Credo che dipenda molto dal contesto, forse in un atollo nel pacifico è la migliore, ma in altri no.
    In passato mi sono lasciata incantare da queste sirene anche io, ho letto, studiato, ascoltato e i resoconti erano meravigliosi, peccato che la realtà fosse diversa e vi assicuro che vedere un ragazzo di 14 anni che legge a stento e non sa scrivere ha molto poco di poetico e romantico, la sua libertà per il futuro si è contratta, non amplificata.

  1. Scuole e stimoli dei paesi tuoi?
    Quando ero in India, nella scuola dove dovevo lottare contro i ratsnake e fare i 4 chilometri per un litro di latte e fare la pipì nella giungla sperando di non farla sopra uno degli scorpioni grossi come la mia scarpa, ho provato a chiedere al boss (ce n’è sempre uno, anche nelle esperienze più fricchettone e volemose tutti bene) di poter mandare mio figlio da loro.
    La sua risposta è stato un secco no.
    Ci ero rimasta malissimo, anche perchè la mia richiesta nasceva dopo un commento che il boss aveva fatto del tipo “come sarebbe bello se Vittorio stesse qua con noi, ha una grande energia”.
    Alla mia richiesta del perchè quel rifiuto categorico, mi aveva detto che non era possibile perchè Vittorio non era di quella zona e io non potevo portarlo lì, educarlo a quei principi e vita e poi riportarlo in Italia nella sua casa con ascensore, bollitore e computer.
    Ho privato a dire che non c’erano problemi, mi portavo 15 chili di serpenti, un paio di scimmie libere per casa e avrei lanciato scorpioni settimanalmente tra le lenzuola, ma niente.
    Anche il latte, se necessario, me lo sarei andata a prendere a piedi facendo lo slalom tra suv e rotatorie.
    Era fermo.
    Il dispiacere ha poi lasciato lo spazio alla lucidità, aveva ragione.
    Non sarebbe stato giusto fargli vivere un’esperienza così distante dalla vita nella quale lo avrei poi catapultato solo perchè a me piaceva tanto.
    Questo principio è applicabile a molte situazioni, molte esperienze e decisioni.
    Se non condivido l’ambiente in cui vivo, non è forse il caso di spostarmi in uno coerente con me, invece di crescere un figlio diversamente per poi metterlo tra gli altri e fargli vivere un senso di inadeguatezza? A questa domanda rispondo con quello che mi avevano detto degli adolescenti i cui genitori avevano preso per loro una scelta di vita estrema in montagna : “Non lo fate! Scappate! Andate via e non fate questo ai vostri figli”.

  2. Dobbiamo per forza scappare per star bene?
    Nel documentario “Figli della libertà” di Lucio Basadonne e Anna Pollio, c’è un punto in cui loro intervistano il loro pediatra e gli comunicano di voler viaggiare con la loro figlia per visitare scuola e farle fare un anno di educazione parentale e lui risponde: “Siete sicuri che riuscirete a cambiare il mondo nel frattempo che vostra figlia cresce?” (Anche qui la citazione è traballante perché vado a memoria).
    Ho pensato molto a questa frase e ha ragione anche lui, come nonna e il boss indo-fricchettone, non riusciremo a cambiare il mondo, però possiamo abitarlo in maniera presente, gioiosa e creativa.
    Ci sono cose che mi travalicano e non posso modificare.
    Il tempo, lo spazio, lo sviluppo evolutivo di un bambino, la struttura di uno Stato, delle normative, il pensiero di tutti quelli che ho intorno.
    Uno potrebbe sentirsi impotente di fronte a tutto questo, ma c’è una seconda possibilità, che è quella ovvia.
    Non potendo cambiare tutti, posso cambiare me stessa.
    Posso scegliere di comprendere quali conflitti agiscono in me quando non voglio una casa, non voglio un bagno caldo dentro casa, non voglio mandare i figli a scuola, non voglio collaborare con gli assistenti sociali, non voglio lavorare, non voglio soldi, ecc…
    Posso cercare di capire quale ferita ha agito in me e continua a farmi percepire il mondo come minaccioso.
    Quale minaccia davvero avverto e da dove arriva?
    Credo che si possa essere liberi in molti più luoghi rispetto a quello che immaginiamo, in molte più condizioni, dentro moltissimi più eventi della vita.
    La felicità è una conquista interna, non una collezione di elementi esterni.
    Forse questo possiamo insegnare ai nostri figli, la capacità di stare tra gli altri, con gli altri, anche dentro compromessi come il lavoro, il mutuo, il pagamento di tasse per pagare anche scelte che non condivido e che posso fare tutto questo sentendomi libera, piena, in pace e armonia.
    Con me stessa in primis.
    Perchè va da sé, che se non lo sono con me, non lo sarò mai con nessun altro.

  3. Ultimo punto, ma solo perché ho quasi terminato il mio viaggio e non voglio lasciare un incompiuto e mi dò una mossa.
    Non dobbiamo sempre avere un’opinione su tutto.
    Possiamo però permettere al tutto di farci comprendere chi siamo analizzando l’opinione istintiva che formuliamo.
    Possiamo lasciare che il sasso crei onde senza necessariamente formare un disegno che permanga.
    Possiamo chiederci cosa avremmo fatto al loro posto e lasciarlo infine a loro, quel posto.
    Hanno i loro avvocati, i loro pedagogisti e psicologi, i loro familiari.
    Avranno la loro rete a supportarli.
    Avranno fatto le loro riflessioni quando hanno scelto di non fare entrare gli assistenti sociali, chiedere soldi per far vaccinare i loro figli, non partecipare agli incontri genitoriali che gli avevano offerto, comprare un rudere in Italia e trasferirsi nei boschi.
    Lasciate che ognuno possa confrontarsi con quello che porta, non dobbiamo diventare gli ultrà della loro scelta. Le fazioni dividono, una mite presenza in ascolto unisce.
    Questo volevo dire in questo articolo ormai più lungo della sentenza.
    Da Emily lo volevo dire, che fa la pedagogista, ma non lo è.

    In conclusione faccio i miei auguri alla famiglia Trevallion-Birmingham.
    Auguro loro di poter trovare pace, di poter trovare una soluzione rispettosa per tutte le parti, di poter trovare ascolto e riuscire a darlo.
    Di poter stare accanto ai propri figli, di sentire, come ogni genitore desidera, che siano al sicuro e protetti.
    Li ringrazio perchè con la loro vicenda, hanno aperto domande e riflessioni in tanti di noi.
    Ci hanno fatto confrontare, parlare, dubitare.
    Curioso che loro accusati di isolare i loro figli, ci hanno spinti alla socializzazione.
    Li ringrazio anche perché le scelte diverse ci possono creare piccoli shock cognitivi che allargano il nostro panorama e ci permettono di vedere che il mondo è molto più di quello che
    pensiamo.

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