Amarne uno per educarne cento
26 Gennaio, 2026
illustrazione: Pinterest (autore sconosciuto, se sai di chi è segnalamelo)
“In classe ho un ragazzino super intelligente ma fa il buffone.
Lo fa con tutti i docenti, non fa che disturbare gli altri. Ha il potere di alterare l’equilibrio di tutta la classe.
I professori sono disperati e lo odiano”.
Così ha iniziato a raccontarmi questa storia una professoressa di una scuola secondaria qualche giorno fa, alla quale dedico questo articolo e alla quale faccio i miei più sinceri complimenti per la responsabilità dimostrata nel procedere autonomamente, con le proprie risorse temporali, emotive ed economiche, alla ricerca di strumenti e soluzioni.
Anche di questi insegnanti è composta la scuola, che vanno oltre i limiti che vivono e della propria responsabilità ne fanno ricerca e indagine, personale prima ancora che professionale.
La descrizione che la donna mi fa è quella di una situazione nella quale questo ragazzino cognitivamente brillante e didatticamente prestante, entra spesso in contrasto con i professori, trascinandosi dietro parte del gruppo e creando una spaccatura in classe.
Della sua vita, come purtroppo capita a scuola, ne sa molto poco, quasi nulla.
Neanche gli altri docenti ne sanno un granché e da quel che ho capito non c’è neanche stato il tentativo di scoprirlo a fondo.
Quello che sanno, è aver stabilito che lui è un problema e in quanto tale va fermato.
Perché non riconosce la figura adulta, perché per “colpa sua” gli altri non ascoltano e se lui va bene a scuola lo stesso non si può dire per quelli che lo seguono e rischiano di avere un crollo del rendimento.
I professori sanno cosa bisogna fare con lui, adottare una modalità educativa repressiva.
Avete presente quel modo di dire che finisce sempre e solo in un modo: “Abbiamo provato in tutti i modi, con le buone non funziona, e allora…”.
E allora mettono note, lo riprendono, cercano di invitare gli altri a non seguirlo, compaiono professori da altre aule, viene minacciato di ulteriori note and repeat.
La professoressa che ha chiesto aiuto si adegua a fatica, perché non condivide pienamente quello che gli altri le dicono di fare, ma di fatto non sa cosa fare.
“Amalo” le ho detto.
“In che senso?” ha risposto.
E allora ho iniziato a spiegare.
Non sappiamo cosa abbia vissuto questo ragazzo nella sua vita ma di certo ha raccolto qualche informazione, vissuto qualche esperienza che in questo momento sta creando una reazione con l’esperienza scolastica. Poiché sappiamo che lui si mette in opposizione agli insegnanti, è brillante cognitivamente, viene preso a modello, potremmo supporre alcune cose.
Lo facciamo solo come esercizio speculativo, perché senza la sua storia tutte le ipotesi possono essere dei grandi errori immaginifici, però magari possono sollecitare processi empatici verso di lui.
Potremmo supporre che nella sua storia familiare bisogna crescere in fretta, non c’è tempo per l’infanzia e quindi lui fatica a stare al passo con i sui compagni e cerca un ruolo più da adulto, perché essere un ragazzino non è accettabile per l’insieme di regole esistenziali assunte.
Potremmo supporre che vive una situazione familiare di repressione e a scuola prova a liberarsi un po’ di questo carico, esprimendo nella provocazione agli insegnanti il suo conflitto verso l’autorità.
Potremmo supporre che ha avuto brutte esperienze scolastiche negli anni precedenti e ha perso fiducia nella categoria insegnanti e li rifiuta, per questo li ignora o ridicolizza.
Potremmo supporne tante, ma non arriverò da nessuna parte, perchè come dicevamo, senza storia ogni valutazione rischia di diventare pregiudizio e ogni pregiudizio ci allontana dalla relazione.
E una scuola senza relazione non è più scuola.
E allora amalo, se lui ti porta via metà dei ragazzi della classe, lui è il tuo miglior alleato.
Se ha così tanto potere relazionale su di loro, al di là del fatto che questo meccanismo al 50% parla di loro e quindi non sono vittime di nessun manipolatore narcisista (che spesso poi i pensieri vanno in quella direzione superficiale), riconoscigli il valore, il talento.
Se i tuoi alunni guardano più lui che te, fatti una domanda, chiediti come riesce.
Non cercare di sottrargli il reame, non distruggere il suo trono, ma stringi con lui un’alleanza.
Non usare le note come bastone, la repressione non ha mai portato buoni risultati e anche se momentaneamente potrebbe sembrare che li stia dando, il risultato della scuola si vede a lungo termine e quello che ne esce dall’oppressione è sempre dolore, a volte sublimato con l’arte e la consapevolezza, a volte affogato nella distruzione.
Fagli sentire che lo capisci, parlaci, avvicinalo, valorizzalo.
Preparati che ti respingerà quando vedrà il tuo rispetto umano, è abituato al bastone, ti provocherà, ma giusto il tempo per scoprire che qualcosa è realmente cambiato e allora può cambiare anche lui.
Amalo, proprio perché tutti lo guardano e se guardano lui, guardano quello che tu e tutti gli altri docenti fate con lui.
Reprimerlo e opprimerlo è un monito per gli altri, un avvertimento e invito a non provare a ripetere nulla.
Per cui vale anche il contrario.
Amalo e tutti scopriranno che hanno il diritto di essere amati.
Rispettalo e tutti si sentiranno di avere dei diritti.
Riconoscilo e anche gli altri si sentiranno più liberi di uscire allo scoperto.
La scuola non deve diventare il luogo dell’accanimento terapeutico, ma il luogo della cura e del rispetto della persona.
Nessuno strumento didattico sarà mai efficace se non accompagnato dalla gentilezza verso la fragilità e vulnerabilità di chi sta lottando per crescere.
Chissà se tutti i docenti che sanno come andrebbero trattati questi ragazzi, hanno la stessa determinazione, risolutezza e durezza nel trattare se stessi e i propri problemi.
Spero di no, sarebbe tutto molto doloroso.
Amalo, perchè non ha effetti collaterali il rispetto.
La ferocia sì.
Amalo, perchè se la repressione non avrà effetti potresti diventare sadica e non riconoscere più il limite.
Ha 12 anni, non ce l’ha con te, ma con quello che gli rappresenti.
E a te, cosa rappresenta questo ragazzo?
Quanto insoluto deve esserci in un docente che dichiara di odiare uno studente, che lo giudica, che lo minaccia, che lo spaventa, ma dov’è finita la vostra infanzia?
Davvero non ricordate più nulla?
Davvero non avete ripreso in carico quello che sentivate da bambini?
Se non ricordate o non sapete, provate.
Domani amateli.
Quelli che vi creano maggiori disagi, proprio loro.
Ogni anno in classe ogni insegnante ne ha almeno uno.
Quello è lo studente della svolta, lui è un’opportunità immensa di trasformazione della persona che siete, un portale evolutivo.
A patto che troviate la forza per lasciare le difese e riconoscere la sua fragilità.
Ogni ragazzo duro, oppositivo, tenace e provocatorio è fragile in fondo.
Non avrebbe costruito tutta quella corazza se così non fosse stato il suo interno, tenero, morbido, franabile.
Quindi amatelo quell’uno che vi specchia, che vi mostra la vostra di fragilità, che vi sbatte in faccia i vostri limiti e le vostre tensioni pregresse e irrisolte, abbassate le difese, riconoscete voi in lui e lui in voi, fatelo per lui, per voi e per gli altri cento che vi tengono gli occhi sopra e che dalle vostre azioni imparano le regole di vita.
Non abbiamo abbastanza tempo in questa vita per odiare.