Lettera al senso di colpa di un genitore

30 Giugno, 2025

Illustrazione: Evan M. Cohen


Caro genitore,
chiunque tu sia, quale che sia l’età di tuo figlio, di certo ti sarà capitato di sentirti in colpa.
Per un commento fatto da qualcuno, per un gesto scomposto del quale ti sei reso conto da solo, per gli infiniti dubbi che costellano l’esperienza genitoriale, per un’evidenza di inciampo educativo o per una scoperta tardiva di come sarebbe stato opportuno gestire una fase di crescita.
Il senso di colpa si manifesta con un’emozione sgradevole, della quale desideriamo sbarazzarcene il prima possibile, vorremmo nasconderla nella fossa delle Marianne, calciarla lontano e dimenticare tutto.
Tornare a quel prima, in cui tutto era ancora aggiustabile e magari lo è ancora, ma l’idea del salto temporale è sempre più seducente rispetto a quella del rammendo.
Ma si sa, la vita è una scuola spietata, prima ci fa sostenere esami e solo dopo ci fornisce le lezioni.


Io faccio probabilmente parte delle persone che potrebbero averlo suscitato e questa sera me ne assumo la responsabilità rivolgendomi proprio a quella parte fragile e dolorante che si cela dietro la nostra ombra e di questa si nutre.
Non che me ne senta il ruolo o che lo desideri, ma il lavoro che svolgo lo genera frequentemente.
Perché seppur stando sempre dalla parte dei bambini e dei loro genitori, che nel pieno delle loro vite presenti si devono arrabattare tra il crescere un bambino e gestire il proprio passato infantile che scalpita, e inevitabilmente questo pone in condizioni di errare, durante il mio lavoro cerco di diffondere i meccanismi di funzionamento dei bambini fatti di piccole regole e indicazioni.
E lì, spesso succede.
Non era gradito, non era invitato, ma compare.
Arriva la parte giudicante di noi, il nostro peggior consigliere che ci accusa di aver sbagliato, “ecco, lo vedi, sei un pessimo genitore”.
Ma non è così, non ascoltatelo.

Ora parlo alla parte più profonda di ciascuno di noi, cercando di districarmi tra le paludi del dolore e dell’incomprensione.
Siamo tutti cresciuti dentro una società della performance, una scuola dei voti, un mondo fatto di mi piaci o non mi piaci, sei bravo o sei un macello.
Tutti noi, abbiamo incorporato questi messaggi e, per quanto ci abbiano fatto male da bambini, la nostra mente li ripete, vi ritorna in maniera ricorsiva e spesso ingiusta perché non è vero che siamo così sbagliati, così errati e difettosi, siamo solo umani e l’umanità prevede la vulnerabilità.

Ognuno di noi interpreta la realtà sulla base degli elementi che ha raccolto negli anni e come la propria mente ha imparato a leggerli e decodificarli.
Se ad esempio adesso vi dicessi che sto scrivendo di notte, seduta su una sedia davanti ad un tavolo in un salotto, con un bicchiere accanto, un animale ai miei piedi e l’unica luce presente nella stanza oltre al monitor è una lampada di carta , ognuno di voi si immaginerebbe una scena diversa.
Qualcuno potrebbe immaginare una notte appena iniziata ed altri una notte profondissima quasi alle prime luci dell’alba. Qualcuno di voi riempirebbe il bicchiere di acqua ed altri di alcolici o tisane calde.
L’animale potrebbe essere un gatto peloso, un cane nero o un ermellino cotonato.
Il salotto potrebbe essere tappezzato di carta da parati, di foto di famiglia oppure essere il salotto di una casa vacanze un po’ anonimo. La luce della lampada di carta potrebbe essere colorata oppure bianca, grande o piccola.
La verità, è che quello che io ho scritto ha generato un processo rapidissimo in ciascuno di voi al di fuori del proprio controllo.
Il cervello è una macchina incredibile che partendo da semplici elementi è in grado di costruire una narrazione immensa, l’unico problema è che per farlo si avvale delle nostre esperienze pregresse.

Ecco perché qualcuno ascoltando incontri pedagogici, in questo caso stringiamo il campo a questo tema, può uscirne esaltato e arricchito ed altri completamente devastati con una sensazione di inadeguatezza.
Di solito i secondi hanno percepito tanto giudizio, tanto peso sopra i loro errori, tanta gravità sui loro sbagli quando erano bambini e lì, una parte del loro mondo interiore si è fermata.
Ma quello che accade dentro di noi, non sempre corrisponde a ciò che accade fuori o agli intenti delle persone che avevamo accanto.
Quindi, spesso fraintendiamo, attiviamo drammi interiori e alimentiamo la sofferenza, esattamente ciò da cui vorremmo scappare.

Poi veniamo da una cultura cattolica, fatta di peccati originali e capitali, di atti di dolore, di confessioni, di pentimenti, di sacrifici, di voti e perdoni invocati, di diavoli che ci sussurrano alle orecchie e preghiere infinite per proteggerci dal male.
Poi avevamo i voti, le bocciature, le note se si parlava con un compagno, se avevamo dimenticato il materiale, poi le sospensioni se il nostro dolore faceva troppo rumore e le bocciature se non ci eravamo impegnati abbastanza, pagando con un anno della nostra vita l’inadempienza.
Magari a casa c’erano anche i genitori che mandavano a letto senza cena, che punivano, che non ci facevano più uscire se l’avevamo fatta troppo grossa che, nel peggiore dei casi, ci menavano anche sopra.
Quindi capisco chi ha il terrore di sbagliare, di incappare in un errore, perché poi chissà che capita.

Ma adesso non è più così.
Siamo adulti, siamo oltre la nostra infanzia, possiamo iniziare a scegliere quale valore dare alle esperienze che viviamo e questa sera ve ne voglio presentare uno.

Ripartiamo allora.
Gli errori sono il lievito della vita genitoriale, ci spingono a crescere, ad aumentare le nostre risorse spingendoci a cercarle quando neanche sapevamo che ne avevamo bisogno.
Errare per un genitore non è un inciampo, ma la condizione stabile.
E così come l’universo è tenuto in piedi da una forza di contrazione e una di espansione, la vita genitoriale è tenuta in piedi dalla forza dello sbaglio e dal desiderio di migliorarci giorno dopo giorno.
Sbagliamo, capiamo e cambiamo.
Sbagliamo, capiamo e cambiamo e così via.
Per tutta la nostra vita genitoriale.
Per cambiare però bisogna attivare una risorsa, quella della responsabilità.

Il senso di colpa schiaccia, la responsabilità eleva.
Il senso di colpa ci fa nascondere, la responsabilità ci fa quasi essere orgogliosi che quella caduta è stata propria la nostra e guardate tutti come mi rialzo.
È la forza della mutazione, della trasformazione, è la capacità di azzittire le voci della mia infanzia che mi sgridano e attivarne di nuove che mi incoraggiano.
Che mi ricordano che siamo tutti nella stessa barca, ogni giorno, a remare contro onde talvolta altissime.

Non credete che esistano famiglie senza problemi, ci sono quelle abili a nasconderli ma anche quelle abili a gestirli. Ma tutti li hanno e per quanto ovvia come considerazione, ho imparato nel confronto con tante famiglie a non considerarla tale, perché esistono molti genitori che guardando verso gli altri si convincono seriamente che sono gli unici in difetto.


Sbagliamo tutti e l’esercizio sta nel cercare di non farlo troppo gravemente, di non prenderlo come alibi e rincorrere sempre invece, galoppando sopra la consapevolezza, l’orizzonte verso il quale alberga la vita che vorremmo, quella sempre più presente e vispa.
Tornando alla responsabilità, vedetela in questo modo: se son stato io a creare il problema, son lo stesso che può ripararlo.
Quindi percepire il senso di creazione della situazione non è un atto accusatorio o giudicante, ma una rivendicazione di un potere personale, quello della risoluzione attiva.

Pensate quindi alle nuove conoscenze, alle scoperte circa il funzionamento di un bambino, come nuove chiavi di lettura per comprendere, agire, trasformare.
Tutti crediamo in qualcosa, e io voglio credere che non sia mai troppo tardi e lo credo perchè vedo genitori adulti, con figli adulti, che fanno percorsi per comprendere cosa possa non esser andato per il verso giusto, quando era invece sembrato tutto perfetto, per poter aiutare questi figli nelle loro vite e godere di questo potere personale evolutivo. E vedo che funziona, che si ritrovano, che “guariscono”, che rifanno fluire l’amore e la bellezza del capirsi.

La vita è mutamento, è cambiamento.
La vita non giudica, non pontifica, non condanna.
La vita cerca sempre la strada migliore per rimanere in piedi e non dare forza alla pulsione mortale che spegnerebbe tutto.
Ecco, il senso di colpa è andare verso qualcosa che spegne e la responsabilità qualcosa che accende.

Quindi, caro genitore che leggi, ti auguro di riuscire a discriminare tra quello che senti e quello che avviene.
Di riuscire sempre a dividere le voci della tua infanzia, dalle voci del presente.
Di credere in te stesso, nelle tue capacità, nella tua profonda capacità generativa, nel tuo intuito.
Ti auguro di attivare un’insaziabile voglia di stanarli tutti gli errori, per onorarli e brindare alla bellezza della lucidità e della voglia di pulire lo spazio emotivo.
Non siamo genitori di merda, siamo genitori e i genitori sbagliano.

Iscriviti alla nostra newsletter

Restiamo in contatto?
Mi chiamo
Sono un
e vorrei restare aggiornato sul mondo di Pedagogia Dinamica.
Ecco il mio indirizzo e-mail:

Questi sono i modi in cui desidero essere contattato:

Potrai rimuovere la tua iscrizione in ogni momento cliccando nel link al fondo delle newsletter che riceverai. Per informazioni sui trattamenti della privacy, consulta il nostro sito web.

Utilizziamo Mailchimp come piattaforma di marketing. Cliccando qui sotto per iscriverti, accetti che le tue informazioni vengano trasferite a Mailchimp per l'elaborazione. Scopri di più riguardo le pratiche sulla privacy di Mailchimp.