Liturgie quotidiane per presunte salvezze
09 Giugno, 2026
Aveva l’aria di una ricca borghese, avrà avuto tra i 60 e i 70 anni, bionda, evidenti ma sobri segni di chirurgia e il profumo sociale di chi tra tutti i problemi del mondo, di certo quelli economici non li ha.
Parlava di petroldollari, viaggi a New York e infilava parolacce ovunque, era elegante e sboccacciata.
Per forza che aveva attratto la mia attenzione.
So che non sta bene, me lo hanno certamente insegnato da bambina.
Ma l’insegnamento non corrisponde all’apprendimento e io continuo ad osservare le persone, ovunque e comunque. Con fare curioso, antropologico, sempre pieno di meraviglia e incanto.
Sua figlia aveva un Labrador nero che durante la cena ha iniziato a sentirsi male, si è accasciato e la loro serata è finita al pronto soccorso veterinario.
Questo lo so perché, anche se mi hanno insegnato che non bisognerebbe ascoltare i discorsi altrui, talvolta è inevitabile, o dannatamente irresistibile, soprattutto quando hai la bocca piena di falafel o tè alla rosa rovente e il cortile semivuoto del ristorante crea una cassa di risonanza. Per non sentire sarei dovuta esser sorda, non beneducata.
Così è stato facile riconoscerla oggi in aeroporto quando l’ho avuta al desk di fronte al mio, mentre caricavamo i bagagli.
Lei aveva una valigia evidentemente costosa, immagino pagata in petroldollari e verosimilmente diretta a New York, magari stava andando in America a prendere costosissime e introvabili cure per il Labrador pantera, io invece avevo il mio zaino sgangherato che mi accompagna da anni, con toppe comprate in giro per il mondo che lo tengono compatto e coeso.
L’avrei voluta raggiungere, condividere la sincronicità dell’incontro e sapere se il cane fosse sopravvissuto alla cena libanese, ma l’hostess di terra del mio desk aveva voglia di parlare.
Moriva dalla voglia di dirmi che si è svegliata all’una di notte, aveva passato un’ora e mezza a truccarsi, sottolineava che ci tiene a dispensare generosamente ironia (anche se non sembra capirla se le viene restituita) e aveva deciso di regalarmi il posto in prima fila.
1F.
Come la mia classe alle medie.
Medie alle quali pensavo ieri mentre raccoglievo frammenti di mamme di 13enni.
Le ho sempre considerate un periodo buio ma loro non c’entrano niente, il buio era tutto il mio e le medie si sono trovate lì per caso.
Forse anche le medie si ricordano di me come di un periodo buio.
Forse sono stata le medie delle medie.
1F, il posto che la donna piena di cortisolo e caffeina ha scelto di assegnarmi.
Un posto straordinario, perché è girato al contrario.
Da questa posizione, come se fossi una hostess guardo tutti.
Sono da sola in questa posizione al contrario, vedo le eliche che girano, vedo il mio vicino che parla al telefono finché l’aereo non parte.
Parla di China Town e continua a ripetere “interessante”.
Osservo gli altri passeggeri, 9 uomini, una donna e un bebè.
Il bebè ha il doppio cognome, come i miei figli, l’ho inevitabilmente sentito durante l’imbarco perché era prima di me e sembrava che non potesse salire, così il cognome è stato scandito più volte.
La hostess ha i capelli ricci come mia madre quando ero piccola, di certo quando andavo alle medie.
Come ogni volta mi chiedo se morirò, ogni volo è tremendamente cinematografico.
Improvviso il trailer con le immagini frammentate di noi nella nostra vita, noi che ci imbarchiamo, gli ultimi scambi prima della tragedia, i primi segnali, gli sguardi spaventati, l’aereo che si avvita su se stesso, rotola verso terra, si spezza, mi immagino di volare legata al mio sedile guardando gli altri che precipitano in altre direzioni, chiedendomi a chi di noi le correnti faranno un favore.
Immagino gli intrecci che io e tutti gli altri passeggeri abbiamo tra noi per essere chiusi in questa cabina vagante, mi chiedo chi sopravviverà, se qualcuno sopravviverà.
Lo faccio sempre, voglio essere pronta quando incontrerò la morte, come mia nonna che usciva sempre con le mutande perfette perché non si sa mai se ti succede che vieni ricoverato all’improvviso e infatti è proprio quello che le è successo, dopo essere stata investita mentre tornava con la bicicletta a casa.
Ho appreso da un libro sui sopravvissuti che bisogna sempre ascoltare le istruzioni (sono quasi sempre la sola che le guarda e cerca di apprenderle come se ogni volta fosse la prima che le ricevo), conto quante uscite di emergenza ci sono e quanti sedili mi separano da esse, sono vestita di cotone per non diventare una torcia umana in caso di surriscaldamento della cabina, non ascolto musica durante partenza e atterraggio, i due momenti più pericolosi e so che ho solo 90 secondi per uscire nel caso accadesse qualcosa.
Ripeto con serietà questa liturgia, ma in fondo so che non saranno davvero loro a salvarmi, ma altro di inconscio, insensato e imponderabile.
Il posto 1F ha una porta di emergenza attaccata, l’hostess dice che devo leggere le istruzioni e l’ultimo punto riporta che io dovrei supervisionare le operazioni, in che senso? Devo controllare che tutti siano in salvo per potermi salvare? È questo il vantaggio di stare accanto all’uscita?
Inoltre mi colpisce che le istruzioni indichino che dovrei scaraventare la porta di sotto, questo lo trovo molto punk, soprattutto il disegno che illustra l’indicazione.
Mentre mi chiedo se riuscirò ad essere all’altezza della situazione l’aereo decolla, da questa posizione scivolo in avanti fortissimo, la cintura mi tiene salda e per un pelo non precipito tra le braccia di “China Town, interessante”.
E continuo a chiedermi perché questo posto così particolare per me.
Penso che l’ordine del mondo sia stato invertito e che sia un presagio di incidente certo.
La razionalità dice che non è così, il pensiero magico e troppi libri di Murakami letti, mi dicono che il mondo ha invertito il suo ordine e che non finirà bene, tra l’altro prima di salire ho ricevuto la notizia da parte di un’amica della morte di un ragazzo giovanissimo figlio di una donna che conosciamo entrambe.
Mi sento Alice nel paese delle meraviglie che mentre precipita nella buca del bianconiglio si pone interrogativi su cosa accadrà ora che il mondo è sottosopra.
Così inizio a recitare l’unica preghiera che da anni rivolgo al fato:
Proteggimi, proteggici, proteggili.
Proteggimi, proteggici, proteggili.
Non è il solo rituale che applico per rimanere in vita e seguire le regole del mondo.
Ne ho molti, a seconda della situazioni.
Ad esempio il latte si beve solo dentro tazze bianche che lo rendono più buono, è evidente.
Non nuoto mai in mare aperto se non c’è qualcuno più a largo di me, così nel caso arrivasse uno squalo sceglierebbe prima lui.
Sto attenta ad avere sempre più crediti che debiti verso il destino.
Tengo dei fiori freschi a casa per ricordare al mio inconscio che prediligo sempre ciò che sboccia, profuma e ricorda l’effimera volatilità della vita, un po’ un ricordati che devi morire colorato e esteticamente appagante.
Non compro mai scarpe usate perché quelle ricordano i sentieri dei vecchi proprietari.
Abbiamo bisogno tutti di costruire piccole manie che fungano da recinti in questa immensa vulnerabilità, che ci tengano stretti come queste cinte che non mi fanno rotolare in avanti, che ci contengano e rassicurino.
Piccole nevrosi del quotidiano, necessarie quanto insensate.
Curiose, surreali e benefiche.
Le vostre quali sono?
Qua inizia l’atterraggio, smetto di scrivere, torno a pregare e chiedere al dio delle porte di emergenza di salvarmi anche questa volta.
NOTA FINALE: se state leggendo vuol dire che sono sopravvissuta.
E questo non fa delle mie irrazionali scelte delle ottime modalità di sopravvivenza ma è la dimostrazione di quanto imponderabile e inafferrabile sia il tutto.
Siamo tutti delle palline che rotolano giù da una collina e ognuno di noi spera di essere lui a non incontrare un ostacolo a fermarne prematuramente la discesa.
Sono viva oggi, avevo voglia di scrivere, non sempre di pedagogia perché il mio lavoro mi racconta ma non esaurisce chi sono.