Serva del capitalismo o crisi di mezza infanzia?

02 Ottobre, 2026

La serva del capitalismo che è in me, dopo dieci minuti dalla partenza, quando il treno (in ritardo) si è fermato ha pensato “ecco, non riuscirò a prendere la coincidenza. Come diavolo ci arrivo a Carrara adesso?”.
Sempre la serva del capitalismo che è in me, dopo due minuti dalla partenza ha iniziato ad essere infastidita dal casino.
Volevo finire di leggere un libro, volevo scriverci un articolo divulgativo. volevo inviare mail e sistemare progetti da inviare.

Ma davanti a me ho una donna che guarda una serie senza cuffie in polacco credo, a considerare dalla totale assenza di vocali nei dialoghi
Accanto a me un’altra fa videochiamate a tutto gas con sua madre, poi con sua madre e sua sorella, poi di nuovo con sua madre, ovviamente senza cuffie.
Parlano di altre persone, si raccontano com’è andata la giornata.
Si salutano e poi si richiamano per una nuova impellentissima informazione da condividere.
Vorrei dirle che forse ha un nodo col materno, ma mi faccio i cazzi miei.

Nei sedili oltre al mio, ma dei quali vedo e sento tutto, una ragazza giovanissima incinta ha creato un forum tirando dentro almeno altri 5-6 passeggeri.
Parlano di tutto, di Lecce, della criminalità, dei campi rom, delle tunisine bionde con gli occhi azzurri, del sashimi che si mangerà non appena avrà partorito, della casa che vorrebbe sul mare distante da tutto e tutti, perché con i vicini si litiga ma con i pesci no. 
Ha tatuaggi aggressivi ma un sorriso dolce. 
Fa un casino pazzesco ma sembra simpatica.

La serva del capitalismo che è in me reclama efficienza. 
Va bene l’umanità, ma cavolo, siamo su un treno, c’è gente che vuole lavorare.
Mi chiedo quando il treno per me sia diventato un ufficio ambulante, quando lo smart working è diventato uno smart living dove il work si è mangiato tutto e sta ovunque in me.
Sul mio comodino, nei miei sogni (giuro che sogno le mail che devo scrivere e come sistemare al meglio l’agenda), nelle mie borse, nei miei sospiri, nei miei tempi ampi e in quelli stretti.
Ho letto una frase qualche giorno fa che diceva “Fai il lavoro che ami e lavorerai ogni giorno della tua vita”.
L’ho trovata drammaticamente vera.

Però non ho capito ancora dove voglio stare.
Perché a me piace lavorare, ma mi distrae dalla vita. 

Mi chiedo quale sia la mia postura eistenziale.
Così come su questo treno, metafora del mio stare in società.
Occupo due posti perchè ho troppe valigie, osservo con sentimenti ambivalenti gli altri, alla fine comunque non riesco a concentrarmi completamente e mi sembra di perder tempo mentre il mare meraviglioso mi scorre accanto.

Parlando del treno, se esco dalla serva del capitalismo che è in me, la sento la nostalgia dei treni di una volta, pre-smartphone.
Potevi dormire, guardare il paesaggio, osservare gli altri, leggere o parlare.
E si parlava tanto, perlomeno a me capitava spesso.
Ricordo momenti meravigliosi, scambi di vita, confessioni, un concerto d’arpa nato da una domanda “cosa c’è lì dentro?”.
Ma questa era la me che ancora curiosava nella vita, che esplorava, che non si era incanalata.

Funneling si chiama una tecnica di marketing che detesto, quella secondo la quale lentamente qualcuno ti infila dentro un imbuto e senza neanche rendertene conto compri, spendi e diventi cliente.
Gli imprenditori la chiamano efficienza, io la chiamo manipolazione, per questo cerco di starne alla larga.
Qual è il confine tra efficienza e imbuto?
Perché mi sa che mi sono infilata anche io, sono nel funnel del capitalismo.
Perché invece di chiedere alla tizia polacca se mi racconta di che parla la serie, maledico tutte quelle z messe vicino alle c.
Perché invece di cambiare posto e dire alla ragazza incinta giovanissima “ti capisco” metto le cuffie e scrivo.
Forse è anche il compromesso della crescita, non posso pretendere di essere sempre esplorativa, sempre aperta, sempre eccentrica, mi perderei forse.
Si paga la vivacità umana talvolta, o forse ho solo bisogno di dirmelo per giustificarmi.
Inventiamo sempre teorie per non dirci verità totali.

Forse dovrei invece dirmi che mi sono tradita? Che mi sono smarrita?
Che sono diventata un fottuto roditore nella ruota anche io?

Ricordo un bambino che un giorno iniziò a piangere all’improvviso e dopo che gli chiesi perché, mi disse che sentiva che stava crescendo e stava perdendo la fantasia.
Aveva ragione, più sai come vanno alcune cose, più perdi la capacità di immaginare come potrebbero essere.
Che io sta avendo la mia crisi di mezza infanzia? Sto forse perdendo la fantasia? 
Sto perdendo la voglia di dire a tutto il vagone che vorrei vivere su una palafitta anche io senza pensare a tutte quelle cose noiose come l’agibilità, l’allaccio elettrico e l’umidità?

Pensate quanto sono serva del capitalismo, ora sto pensando che qualcuno leggendo potrebbe pensare che davvero sono in crisi, che forse non sono una professionista solida, che forse sono davvero in crisi, che dovrei mostrare stoicismo di fronte alla vita.
Ma vorrei dire a chi lo pensa, e alla me che lo pensa, che invece io scelgo di essere proprio la professionista e l’umana che dubita, che questiona, che cerca di non lasciare tutto per già costruito e fatto.
Che sopravvive a questo viaggio assurdo scrivendo e cercando di tenere la barra dritta, come una funambola sul filo.

Non sto male ora, perchè poi sembra che quando uno riflette sta male.
Rivendico il pensiero intenso anche in assenza di sofferenza, il dubbio in assenza di pena, la ricerca in assenza di inquietudine.

Sono in riflessione e mi fa piacere condividere questa immagine riflessa che c’è dentro me, perchè son proprio questa, non c’è nessuna immagine falsata che vorrei inviare a chi mi segue.
Vorrei anche rivendicare con forza, che il mio lavoro non riduce la mia umanità, anzi, la eleva, proprio per quello che ho scelto come lavoro.

Amo la mia vulnerabilità, la mia fluidità di pensieri, la mia ricerca della vita ideale, il mio continuo chiedermi se sto facendo quello che voglio.
(la tizia polacca ha interrotto la serie per una telefonata serissima da cui ne traggo che devo ricordarmi di non far incazzare mai un polacco in vita mia. Dall’altra parte c’è qualcuno che in questo momento sta subendo una mitragliata di krtzcdrkkccbrzzssskltr).

Non riesco a scrivere solo di pedagogia, non sono un imbuto.
Ecco forse dove sono finite la mia curiosità e la mia fantasia.
Io penso costantemente, dubito costantemente, mi chiedo sempre come dovrei vivere, mi chiedo sempre se sono sveglia o se sono caduta in un funnel, se c’è un gorgo della mediocrità che mi risucchia.
Ecco, questa mi fa paura, la mediocrità.

Io non riesco ad adeguarmi ragazzi.
Io non riesco a pensare “oggi è la giornata dei nonni e dovrei fare un post su questo“, non riesco mi sembra una stronzata.
Già sono serva del capitalismo così, ancora di più no per favore.
Non riesco a pensare “sono una pedagogista dovrei mettermi la giacchina in stile tailleur e farmi la foto seria“, mi fanno schifo quelle giacchine e quelle foto serie con gli occhiali da seriosa.
Adesso che è autunno infatti non so cosa mettere, lo vedo che tutte mettono le giacchine ma non mi piacciono, mi sembrano proprio la divisa dell’operaio del capitalismo, dello schiavo della prestazione.

Non riesco a comunicare regolarmente dove sono, non riesco a cavalcare le onde del momento.
Anzi, rettifichiamo, non voglio farlo.
Mi fa schifo e non apprezzo molto chi lo fa.
È un gioco al quale perdo, mi annoia già al secondo giro, come Monopoli.
Che due palle quel gioco, ma solo io lo penso da quando sono bambina?

E poi dico le parolacce, gli schiavi del capitalismo lo fanno?
Comunque il clima sul treno è completamente cambiato.
La polacca ha spento la serie e guarda il mare.
La ragazza non chiama la madre da 20 minuti e mi sembra un meraviglioso traguardo per la sua evoluzione.
La giovane incinta si mette lo smalto e c’è un po’ di quiete.

Magari anche io li ho contagiati un po’ con questo riflettere, di certo ho contagiato me.
Mi sento un po’ meno schiava, un po’ più me stessa, mi sento bene a scrivere questo flusso e pensare di condividerlo con voi.
Costruisco immagini di quello che vorrei fare per essere sempre più vicina a chi vorrei essere in futuro e mi sembra di sentire la mia voce in questo momento.
Ogni tanto la perdo ma ecco che torna.
Ed ecco a cosa servono questi treni, non a lavorare, ma a trovarsi.
Ecco perché li amo.

E allora ringrazio tutte le consonanti, ringrazio le madri moleste e le figlie dipendenti.
Ringrazio le giovani caciarone e il ritardo sempre più marcato.
Provo a tornare al libro da leggere e l’articolo da scrivere.
In mia difesa, dico che non è nessun saggio o libro serissimo.
Alcuni indizi:
– attiene alla nostra infanzia
– non è quello che sembra
– anche lì c’è un doppio e qualcuno in crisi (in realtà sono un po’ tanti ad esserlo).
Non è un funnel questo, è un boicottaggio al boicottaggio.

Adesso che ve l’ho dichiarato, mi genero da sola un po’ di ansia da prestazione per scriverlo davvero e non aggiungerlo alla lista delle cose da fare che non farò perché c’è sempre qualcos’altro da fare che non mi fa fare.

Con tanto fare e tanto amore, mentre (forse) arrivo a Carrara.

Emily 

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