Non avevo bisogno di un gatto
21 Settembre, 2026
Non avevo topi da cacciare, non avevo vuoti da colmare, non avevo compensazioni da incarnare.
Non avevo bisogno di un altro gatto, così mi dicevo.
Così mi dico ciclicamente, da quando sono uscita di casa a 20 anni.
Me lo ripeto, ma la sequenza di felini che mi hanno accompagnata ha sempre disconfermato le mie necessità razionali.
Prendere gatti è stato uno dei miei primi lussi una volta acquisita l’indipendenza.
Per tutta l’infanzia ho avuto una gatta con cui crescere, si chiamava Giulietta, una certosina con intensi occhi gialli, una simbiosi attiva. Era una brillantissima attrice quando doveva recitare la parte della bambina e si faceva portare in giro nella carrozzina su e giù per il palazzo nel quale sono cresciuta.
Cercavo in tutti i modi di farle da mamma, e lei si piegava a questo desiderio, come spesso gli animali fanno.
Comprendono la nostra nevrosi e la corrispondono, a noi sembra amore e sintonia, ma forse è solo sopravvivenza e disperazione per loro.
Potrebbe essere un funzionamento inevitabile della condizione del vivente, non puoi esimerti dall’entrare in relazione con i problemi di chi hai accanto e finirci dentro a piedi o zampe pare.
Forse uno vorrebbe anche sottrarsi, ma non può.
Forse la soluzione potrebbe essere quella di scappare, ma dove andare?
Soprattutto se sei un gatto domestico e il selvatico è solo un sogno rarefatto.
Comunque il bisogno non c’era.
Avevo già due gatti, avevo già due figli, un compagno meraviglia, un lavoro appagante, una grande voglia di vivere addosso, gioia a profusione.
Ma c’è stata una sincronicità e spesso a queste attribuisco maggior valore che ai bisogni.
Mi lascio sedurre dal fato, dalle coincidenze della vita, dalla sua matemagica che intreccia fili, destini e incontri.
Johnny, così è stato chiamato da chi l’ha salvato è anche lui un certosino.
Ha 4 mesi, è stato preso a calci dicono, così sembrerebbero raccontare le ferite con cui lo hanno trovato.
Io stavo facendo il corso contro la violenza sui bambini e tac.
“È quasi magia Johnnyyyyy”, la sigla è partita.
La mia memoria ahimè contiene molte più sigle e jingle pubblicitari di quanti io ne desideri, il magico potere dello sviluppo neuronale infantile.
Pensate se le sigle fossero state delle formule matematiche, dei principi della fisica, le più belle poesie della storia, delle regole grammaticali, delle regole della termodinamica! Che persone piene di cultura che saremmo ora.
Ritornando al cartone non ricordo nulla della trama, se non che ad un certo punto della sigla un gatto ciccione fluttuava nell’aria.
Anche questo Johnny felino è fluttuato verso di me, gli eventi me lo hanno soffiato in direzione favorevole e io ho allungato una mano.
Era stato picchiato, aveva il muso ferito, aveva l’aria atterrita di chi non capisce, uno sguardo intelligente e vitale.
La negoziazione familiare è stata brevissima, qualcosa tipo “ragazzi mi è capitato il post di questo gat-” “Sì sì lo prendiamo!!”.
A casa mia siamo sempre un fronte compattissimo quando c’è un gatto da prendere, se poi va salvato siamo un corpo e una voce sola.
Lo siamo andati a prendere a L’Aquila, uscendo miracolosamente illesi ad un incidente in autostrada, quando da un camion davanti a noi si è staccata una grossa asse di ferro e ci è precipitata addosso.
“È quasi magia Johnnyyyyy”, lo dicevo.
Ora è ad Osimo, noi giochiamo ai giovani sociologi e studiamo le dinamiche relazionali.
Camilla (il cane) come al suo solito, cerca di avvicinarlo e lo so che sogna con tutte le sue forze di allattarlo (Camilla allatta i gatti), ma ancora Johnny non si sente pronto per questi scambi interspecie così audaci.
Flip è nella modalità vi odio tutti. Soffia a lui, soffia a noi, soffia al figlio, soffia alle palle che girano per casa (vere non simboliche), soffia alle ombre e ai sospiri.
Se vuoi trovare Johnny segui i soffi diabolici.
Era una gatta carina tricolore, ora è momentaneamente un demone irato, ma noi verbalizziamo le sue emozioni e ricoperti di fogli di kevlar ci avviciniamo cercando di non farci staccare la faccia per sussurrarle quanto l’amiamo.
Tovagliolo è confuso. Non capisce perchè la madre lo respinga, non capisce chi sia questo nuovo, non capisce che dovrebbe fare. Quindi improvvisa come può, gira intorno a Johnny, lo studia, lo fissa e rimette al suo posto con grazia. Prevalentemente però usa la tanatosi e si finge morto qua e là, dormendo sonni cosmici per tirarsi fuori dall’impiccio di dover fare qualcosa.
Nel frattempo si consumano dibattiti e plenarie interminabili per il nome.
Io manterrei Johnny, come Jhon Bowlby padre dell’attaccamento, o come un fratellino di Wendy, come Little Jhon, l’amico di Robin Hood o Jonny Greenwood, il chitarrista dei Radiohead.
Ma il resto dei sociologi vorrebbe altro, quindi sono giorni carichi di Cenere, Tokyo, Darumaka, Nebbia.
Sottolineo solo che l’ultima volta è finito che si è chiamato Tovagliolo, quindi non mi stupirebbe se alla fine vincesse, completamente a caso, senza che nessuno lo abbia mai proposto, un nome spuntato dal nulla come Pneumatico, Parrucca, Ombrellone o Volante.
Ogni nuovo gatto ci unisce profondamente, ci tiene legati attorno ad un piccolo fuoco appena acceso e tutti soffiamo per tenerlo acceso, corriamo a prendere legna per alimentarlo.
Forse questo è il bisogno.
Credo che nella nostra famiglia i gatti siano la cifra della voglia di vivere, di esser connessi e solidi accettando il compromesso del mutamento dell’equilibrio delle regole per far spazio.
Il gatto ci porta vita, noi accettiamo di restringerci per accoglierlo, capirlo e crescerlo.
Adesso che lo scrivo credo che il senso sia proprio che ogni volta che desideriamo mutare, rinascere, riprendere slancio, un gatto ci sia stato accanto come simbolo evolutivo.
Avevamo bisogno di un gatto in fondo.
Forse avevamo topi nel nostro inconscio da cacciare via.
Forse avevamo il vuoto della stabilità da colmare, volevamo nuova linfa e bisogno di trasformazione.
Volevamo salvare qualcuno, forse noi stessi e così Johnny, è quasi magia.
Perchè in fondo, se ci penso, lo sento che sta per cambiare molto.
È in atto un cambiamento che è al contempo un profondo atto di lealtà emotiva personale.
Sempre più slancio verso la vita fuori e sempre più slancio verso la vita dentro.
Agli animali, che si offrono generosamente a noi, e a noi, che dobbiamo proteggerli dalle nostre nevrosi mentre abbiamo il privilegio di stare accanto al selvatico che in loro è brace viva e pura.